L’altro esiste. Paviotti, Vicenzi, de Flego
L’altro esiste al confine di ciò che scegliamo di vedere, oltre quell’atto quotidiano che, in modo conscio o inconscio, ci porta a operare una selezione dei soggetti sui quali si posano i nostri occhi e i nostri pensieri. La macchina fotografica diviene allora lo strumento attraverso cui il nostro sguardo può finalmente accorgersi dell’altro, il dispositivo che ne rende possibile il preciso delinearsi nella mappa della nostra percezione.
Ciò che normalmente ci sfugge diventa evidente quando viene inquadrato attraverso l’obiettivo della macchina fotografica. L’illusione di un mondo già noto si incrina di fronte a uno strumento che sospende le nostre abitudini percettive e ci costringe a confrontarci con ciò che ne lambiva i margini. L’altro esiste, ma resta invisibile finché il nostro sguardo non è spinto dal desiderio di soffermarsi su di esso. Guardando attraverso la macchina fotografica, l’altro prende forma e consistenza. Dal momento in cui entra nel nostro campo visivo, l’altro non può più essere relegato alla marginalità dello sfondo anonimo della nostra realtà: l’automatismo dello sguardo si interrompe e ci ritroviamo a sostare davanti a ciò che normalmente sorvoliamo. Questa sospensione permette così di produrre un incontro: trasforma una presenza indistinta in un soggetto definito con il quale è possibile instaurare una relazione. La relazionalità è infatti il risultato primario della fotografia che, come suggeriva Susan Sontag, non coincide mai con una semplice registrazione del reale: ogni immagine è il risultato di una scelta, di un gesto consapevole di selezione e di conseguente interpretazione. Per questo fotografare significa sempre entrare in relazione con ciò che si osserva: non soltanto documentare una presenza, ma riconoscerla, attribuirle un posto nel proprio orizzonte percettivo e simbolico.
Quell’alterità apparentemente distante irrompe nel nostro piano visivo e innesca uno scambio. La percezione inizialmente mediata dallo strumento fotografico si apre progressivamente a una comprensione più ampia e complessa dell’altro. Il dominio dell’immagine conduce così a quello della presenza concreta; la superficie bidimensionale della fotografia diviene il punto di accesso a una dimensione umana più profonda.
Eppure, è proprio consentendo all’altro di assumere centralità nella nostra percezione che la fotografia sottolinea ciò che di esso rimane nascosto; l’altro non potrà mai essere completamente immortalato e compreso. Questa impossibilità diviene però una forza generatrice, in quanto è proprio dalla distanza che ci separa dall’altro che sboccia il desiderio di incontro. Ciò che dell’altro non possiamo rappresentare viene inevitabilmente completato dalle nostre aspettative, dai nostri desideri, dalle nostre mancanze. L’incontro con l’altro è l’incontro tra due incompletezze che si interrogano e tentano di completarsi reciprocamente. Per questo l’altro rappresenterà sempre anche una parte di noi stessi: ciò che vediamo di fronte a noi si trasforma in un riflesso imperfetto eppure rivelatore della nostra identità, ci mette davanti alla nostra appartenenza a un medesimo caleidoscopio umano, che replica, moltiplica e trasforma le immagini che abbiamo di noi stessi, traducendole in forme e colori sempre diversi.
L’altro esiste. Paviotti, Vicenzi, de Flego, mostra inaugurata presso il Tivarnella Art Consulting venerdì 29 maggio 2026 e visitabile fino al 13 giugno, declina tre differenti sentieri del vedere. Pierpaolo de Flego coniuga il desiderio di contatto con l’alterità al mistero e all’assenza; Andrea Vicenzi trasforma l’immagine in un’interrogazione dell’alterità; Elena Paviotti, esplorando il mistero nella relazionalità, diviene il trait d’union tra i primi due. Tre modalità di selezione del reale differenti, un medesimo risultato: una forma di relazione che rende visibile l’Altro.
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