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L’altro esiste. Paviotti, Vicenzi, de Flego

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L’altro esiste al confine di ciò che scegliamo di vedere, oltre quell’atto quotidiano che, in modo conscio o inconscio, ci porta a operare una selezione dei soggetti sui quali si posano i nostri occhi e i nostri pensieri. La macchina fotografica diviene allora lo strumento attraverso cui il nostro sguardo può finalmente accorgersi dell’altro, il dispositivo che ne rende possibile il preciso delinearsi nella mappa della nostra percezione.

Ciò che normalmente ci sfugge diventa evidente quando viene inquadrato attraverso l’obiettivo della macchina fotografica. L’illusione di un mondo già noto si incrina di fronte a uno strumento che sospende le nostre abitudini percettive e ci costringe a confrontarci con ciò che ne lambiva i margini. L’altro esiste, ma resta invisibile finché il nostro sguardo non è spinto dal desiderio di soffermarsi su di esso. Guardando attraverso la macchina fotografica, l’altro prende forma e consistenza. Dal momento in cui entra nel nostro campo visivo, l’altro non può più essere relegato alla marginalità dello sfondo anonimo della nostra realtà: l’automatismo dello sguardo si interrompe e ci ritroviamo a sostare davanti a ciò che normalmente sorvoliamo. Questa sospensione permette così di produrre un incontro: trasforma una presenza indistinta in un soggetto definito con il quale è possibile instaurare una relazione. La relazionalità è infatti il risultato primario della fotografia che, come suggeriva Susan Sontag, non coincide mai con una semplice registrazione del reale: ogni immagine è il risultato di una scelta, di un gesto consapevole di selezione e di conseguente interpretazione. Per questo fotografare significa sempre entrare in relazione con ciò che si osserva: non soltanto documentare una presenza, ma riconoscerla, attribuirle un posto nel proprio orizzonte percettivo e simbolico.

Quell’alterità apparentemente distante irrompe nel nostro piano visivo e innesca uno scambio. La percezione inizialmente mediata dallo strumento fotografico si apre progressivamente a una comprensione più ampia e complessa dell’altro. Il dominio dell’immagine conduce così a quello della presenza concreta; la superficie bidimensionale della fotografia diviene il punto di accesso a una dimensione umana più profonda. 

Eppure, è proprio consentendo all’altro di assumere centralità nella nostra percezione che la fotografia sottolinea ciò che di esso rimane nascosto; l’altro non potrà mai essere completamente immortalato e compreso. Questa impossibilità diviene però una forza generatrice, in quanto è proprio dalla distanza che ci separa dall’altro che sboccia il desiderio di incontro. Ciò che dell’altro non possiamo rappresentare viene inevitabilmente completato dalle nostre aspettative, dai nostri desideri, dalle nostre mancanze. L’incontro con l’altro è l’incontro tra due incompletezze che si interrogano e tentano di completarsi reciprocamente. Per questo l’altro rappresenterà sempre anche una parte di noi stessi: ciò che vediamo di fronte a noi si trasforma in un riflesso imperfetto eppure rivelatore della nostra identità, ci mette davanti alla nostra appartenenza a un medesimo caleidoscopio umano, che replica, moltiplica e trasforma le immagini che abbiamo di noi stessi, traducendole in forme e colori sempre diversi. 

L’altro esiste. Paviotti, Vicenzi, de Flego, mostra inaugurata presso il Tivarnella Art Consulting venerdì 29 maggio 2026 e visitabile fino al 13 giugno, declina tre differenti sentieri del vedere. Pierpaolo de Flego coniuga il desiderio di contatto con l’alterità al mistero e all’assenza; Andrea Vicenzi trasforma l’immagine in un’interrogazione dell’alterità; Elena Paviotti, esplorando il mistero nella relazionalità, diviene il trait d’union tra i primi due. Tre modalità di selezione del reale differenti, un medesimo risultato: una forma di relazione che rende visibile l’Altro.

L'altro esiste. Tre fotografi e il tema dell'incontro, Il Piccolo, 28/05/2026
L’altro esiste. Tre fotografi e il tema dell’incontro, Il Piccolo, 28/05/2026

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Il peso del non detto – Andrea Tomicich

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Ci sono immagini che non raccontano ciò che vediamo, ma ciò che abbiamo evitato di dire. La ricerca fotografica di Andrea Tomicich si muove precisamente in questo spazio sospeso, dove il visibile si intreccia con ciò che è rimasto taciuto. Con il progetto Il peso del non detto, presentato presso Tivarnella Art Consulting a Trieste, l’artista costruisce un percorso visivo che indaga il silenzio come forma attiva dell’esperienza umana. La fotografia a infrarossi diventa il dispositivo attraverso cui questa indagine prende forma. Non si tratta soltanto di una scelta tecnica, ma di una vera e propria postura concettuale: rendere visibile ciò che normalmente sfugge allo sguardo. La luce infrarossa altera la percezione del reale, trasfigurando paesaggi, corpi e oggetti in una dimensione altra, sospesa, quasi onirica. In questa trasformazione emerge una realtà parallela, in cui il non detto acquista consistenza, peso, presenza.

Le immagini costruite da Tomicich non sono semplici rappresentazioni di luoghi, ma veri e propri paesaggi interiori. Campi vuoti, boschi silenziosi, stanze disabitate e figure isolate diventano luoghi della mente, spazi in cui l’assenza si manifesta come protagonista. Ciò che manca — una parola non pronunciata, un gesto trattenuto, un incontro mancato — non è un vuoto neutro, ma una presenza attiva, capace di abitare la memoria e di condizionare il presente. Quando la figura umana appare, lo fa sempre in una dimensione trattenuta: un gesto sospeso, uno sguardo non restituito, una postura che suggerisce attesa o rimpianto. Non c’è mai un’esplosione narrativa, ma una tensione silenziosa che attraversa ogni immagine. Le fotografie non impongono una lettura, ma interrogano lo spettatore, chiamandolo a confrontarsi con il proprio vissuto. In questo senso, il lavoro di Tomicich si avvicina a una riflessione più ampia sulla condizione umana. Il non detto diventa una forma di “assenza-presenza”: qualcosa che non si è compiuto, ma che continua a esistere, a pesare, a determinare. Un pensiero che si collega alla filosofia di Martin Heidegger, dove il rapporto con il tempo e con il limite definisce profondamente l’esperienza dell’essere. Le parole non pronunciate diventano così tracce di un tempo perduto, segni di una possibilità che non si è realizzata. All’interno delle immagini, piccoli elementi simbolici — una piuma, un velo, una pietra, un orologio fermo — agiscono come frammenti di un linguaggio silenzioso. Non spiegano, non chiariscono, ma evocano. Sono residui di un racconto che non si è mai compiuto, indizi di una narrazione interiore che resta aperta. Anche qui, il progetto evita ogni dimensione didascalica, scegliendo invece la via della suggestione e della risonanza emotiva. Il peso del non detto non si configura come un progetto consolatorio. Non offre risposte né soluzioni, ma costruisce uno spazio di riconoscimento. Ognuno, di fronte a queste immagini, è chiamato a misurarsi con ciò che ha lasciato in sospeso: parole mai dette, emozioni trattenute, relazioni interrotte. In questo processo, l’opera diventa esperienza, un luogo in cui il silenzio può finalmente emergere alla luce.

La mostra, inaugurata il 30 aprile 2026 negli spazi di Tivarnella Art Consulting e visitabile fino al 16 maggio, si presenta così come una meditazione visiva sull’irreversibilità del tempo e sulla necessità della parola. Un invito non tanto a colmare il silenzio, quanto a riconoscerlo, attraversarlo e trasformarlo. Perché, come suggerisce il lavoro dell’artista, ciò che non abbiamo detto non scompare. Rimane. Si deposita. Diventa parte di noi. E forse è proprio attraverso l’immagine che possiamo iniziare a guardarlo davvero.

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ISHTAR – FILIPPO ALZETTA

FILIPPO

La ricerca di Filippo Alzetta si sviluppa come un territorio di attraversamento, in cui l’immagine non si offre come rappresentazione stabile ma come spazio dinamico di relazione tra segni, memorie e tensioni simboliche. Un linguaggio visivo che trova nella mostra Ishtar, a cura di Enea Chersicola, un momento di particolare densità, articolandosi tra Trieste e Gradisca d’Isonzo nel 2026.

Nato a Trieste nel 1990, Alzetta è un artista autodidatta il cui percorso si fonda su una necessità profondamente esistenziale: costruire, attraverso l’immagine, uno spazio di autonomia e comprensione. La carta diventa il suo campo operativo privilegiato, una superficie su cui si depositano segni eterogenei – carboncino, matita, marker, spray e acrilico – dando origine a composizioni stratificate, dense, in continuo divenire. Fin dalle prime fasi emerge una tensione tra linguaggi e riferimenti: iconografie classiche convivono con elementi della cultura contemporanea, dall’estetica manga all’immaginario pop, generando un sistema visivo ibrido, volutamente non gerarchico. L’immagine si costruisce così come equilibrio instabile tra forze diverse, in cui il segno istintivo e quello controllato coesistono senza risolversi.

Questa logica di stratificazione trova nel progetto Ishtar una delle sue espressioni più compiute. La mostra, presentata da Tivarnella Art Consulting, si configura come un unico percorso espositivo articolato in due sedi e momenti complementari: la pre-inaugurazione su invito a Trieste il 3 aprile 2026, seguita dall’inaugurazione del 4 aprile, e l’apertura dell’8 aprile a Gradisca d’Isonzo. Il progetto sarà visitabile dal 4 al 25 aprile a Trieste e dal 9 aprile al 30 maggio a Gradisca.

Al centro della mostra emerge la figura di Ishtar, antica divinità mesopotamica associata agli opposti della fertilità e della guerra, della creazione e della distruzione. Una presenza ambivalente che diventa fulcro di una riflessione più ampia sulla natura ciclica e trasformativa dell’esistenza. Attorno a questa figura si sviluppa un sistema visivo complesso, in cui immagini e simboli provenienti da culture e tempi differenti convivono senza gerarchie, mantenendo una tensione costante. Le opere si presentano come superfici dense e stratificate, in cui anatomie, frammenti di iconografia classica, simboli religiosi e suggestioni contemporanee si intrecciano con elementi della cultura visiva pop e manga. L’immagine non si costruisce per sintesi, ma per accumulo e interferenza, oscillando tra controllo e perdita, tra ordine e disordine. In questo spazio visivo, le figure non appartengono più a un sistema iconografico definito, ma si muovono in un territorio sospeso, in cui il significato resta aperto. In questa prospettiva, il lavoro di Alzetta si avvicina al pensiero di Carl Gustav Jung, per cui il simbolo non è un segno da decifrare, ma una forma viva che eccede ogni interpretazione univoca, e dialoga con la visione di Giordano Bruno, che immaginava un universo attraversato da corrispondenze e relazioni invisibili. Le sue composizioni si configurano così come mappe instabili, vere e proprie cosmografie del disordine, in cui il senso non è dato ma continuamente cercato. Un parallelo significativo può essere individuato con Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno, dove simboli religiosi e archetipici vengono rielaborati per esprimere una crisi esistenziale e culturale. Allo stesso modo, nelle opere di Alzetta il simbolo perde la sua funzione dogmatica per diventare dispositivo interpretativo, capace di attivare una pluralità di letture.

Il percorso espositivo si sviluppa così come una vera e propria “cosmografia del simbolo”, in cui l’immagine diventa luogo di generazione continua di significati. In questo spazio, lo spettatore assume un ruolo decisivo: è il suo sguardo a mettere in relazione i frammenti, a costruire connessioni, a entrare attivamente nella tensione dell’opera. Ishtar si configura quindi non solo come una mostra, ma come un dispositivo aperto, un invito a sostare nell’ambiguità del simbolo. Uno spazio in cui il senso non viene imposto, ma emerge nel rapporto tra immagine e visione, tra opera e osservatore, restando sempre in divenire.

 

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LA BALLATA DELL’OBLIO – ADRIANA RIGONAT

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Presso la Sala Xenìa di Trieste, l’8 giugno 2024 si è inaugurata la mostra personale di Adriana Rigonat, un’artista che nel corso della sua lunga carriera ha costruito un percorso solido e riconosciuto, con quasi duecento esposizioni all’attivo e numerosi premi a livello nazionale. Le sue opere, oggi presenti in collezioni pubbliche e private, testimoniano una ricerca coerente e in continua evoluzione. La produzione più recente di Rigonat conferma e allo stesso tempo rinnova il suo linguaggio. La tecnica mista su carta, da sempre elemento distintivo del suo lavoro, si arricchisce dell’inserimento del collage fotografico. Attraverso un processo sperimentale che prevede l’uso della fotocopiatrice, l’artista interviene direttamente sull’immagine durante la stampa, strappandola e alterandola, trasformando la fotografia in materia viva, parte integrante della composizione pittorica. In questo dialogo tra immagine fotografica e gesto pittorico, il colore assume un ruolo centrale. La gamma cromatica, ampia e senza restrizioni, si intreccia con il segno nero – irregolare, talvolta appena accennato – che attraversa le opere creando ritmo e tensione. Il risultato è una superficie dinamica, in cui ogni elemento contribuisce a costruire una narrazione stratificata.

La mostra presenta diversi cicli, nei quali l’indagine sull’uomo contemporaneo si sviluppa attraverso temi fondamentali come la memoria, il ricordo, la danza e la maschera. Fin dal primo sguardo, le opere conducono lo spettatore in una dimensione sospesa, dove temporalità differenti si sovrappongono. Le figure sembrano muoversi in uno spazio instabile, oscillando tra passato e futuro, tra ciò che è stato e ciò che ancora deve definirsi. L’inserimento di elementi fotografici introduce inizialmente un’apparente dimensione documentaria, ma la loro rielaborazione ne dissolve la pretesa di verità. Le immagini perdono il loro carattere individuale per assumere una valenza universale, lasciando spazio a interpretazioni aperte. I frammenti raccolti e ricomposti da Rigonat generano un senso di disorientamento che spinge lo spettatore a confrontarsi con la propria memoria, in un continuo rimando tra esperienza personale e dimensione collettiva. Questa tensione si riflette anche nel tema del corpo, spesso rappresentato in movimento. La danza diventa metafora di un processo di liberazione: le figure, abbandonando la maschera – in un richiamo che evoca il pensiero di Luigi Pirandello – entrano in contatto con una dimensione più autentica e profonda del sé. È qui che emerge l’idea di dàimon, inteso come immagine interiore verso cui ogni individuo tende. Il corpo, liberato da vincoli e sovrastrutture, si trasforma in uno spazio di trascendenza. Non più semplice rappresentazione, ma elemento attivo nella costruzione dell’identità. Le figure che popolano le opere di Rigonat, prive di una definizione univoca, esistono così in una dimensione fluida, dove identità e memoria si ridefiniscono continuamente.

La mostra si configura come un invito a perdersi e ritrovarsi nello spazio dell’immagine, attraversando frammenti di tempo e percezione. Un percorso che conferma la capacità di Adriana Rigonat di interrogare, con sensibilità e profondità, la complessità dell’esperienza umana contemporanea.

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AMERICAN PANTHEON – FRANCESCO DE FILIPPO

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All’interno del catalogo della mostra American Pantheon di Houben Tcherkelov, il noto scrittore Francesco De Filippo, ha offerto una chiave di lettura incisiva e profondamente attuale tramite la sua critica, capace di ampliare la riflessione sul rapporto tra immagine, valore e realtà. Il testo si apre con una provocazione: in un mondo dominato dalle immagini, di chi ci fideremmo davvero? Della persona reale o della sua rappresentazione? Attraverso esempi volutamente paradossali, De Filippo ha messo in crisi il concetto stesso di autenticità, suggerendo come, nella società contemporanea, l’immagine abbia ormai acquisito un potere superiore rispetto alla presenza fisica. Questa riflessione trova un punto di svolta nel tema della banconota, elemento centrale anche nella ricerca artistica di Tcherkelov. È proprio l’immagine stampata sulla moneta a conferire valore, a rendere possibile lo scambio. Non il corpo reale, non la persona in carne e ossa, ma la sua riproduzione tecnica. In questo ribaltamento, l’originale perde la sua centralità, mentre la copia – replicabile all’infinito – diventa il vero strumento di potere.

Il pensiero si avvicina inevitabilmente alle teorie di Walter Benjamin, per il quale la riproducibilità tecnica modifica radicalmente il modo in cui percepiamo l’opera d’arte. Tuttavia, nel testo di De Filippo, questo processo non si limita a una perdita dell’aura: assume piuttosto i contorni di una trasformazione più ambigua, in cui l’immagine continua a esercitare una forza simbolica, ma in un contesto completamente mutato. Le figure storiche raffigurate sulle banconote – da Washington a Hamilton – emergono come presenze sospese tra identità e funzione. Una volta isolate dal loro ruolo economico e rilette attraverso l’intervento artistico di Tcherkelov, queste immagini rivelano una fragilità inattesa: volti che sembrano perdere consistenza, sguardi che si svuotano, identità che si dissolvono. È qui che il testo introduce una dimensione quasi perturbante. I protagonisti della storia, trasformati in icone monetarie, appaiono come figure svuotate, private del loro contesto originario e condannate a un’esistenza puramente simbolica. L’immagine, anziché garantire stabilità, diventa il luogo di una crisi. In questo scenario, il denaro si configura come un linguaggio universale, forse l’unico realmente condiviso. Ma è un linguaggio che non comunica contenuti, bensì relazioni di potere, dinamiche di scambio, strutture invisibili. “Tutti noi comunichiamo attraverso lo strumento del denaro”, ricorda l’artista, e il testo di De Filippo ne sottolinea la portata ambivalente.

L’operazione di Houben Tcherkelov si inserisce esattamente in questa frattura: riportare l’immagine monetaria allo stato di opera, sottraendola alla funzione e restituendola allo sguardo. Un gesto che interrompe il flusso automatico del consumo e riapre uno spazio critico. Il contributo di De Filippo accompagna così il percorso espositivo offrendo non solo un’interpretazione, ma un vero e proprio dispositivo di pensiero. Un invito a interrogarsi su ciò che vediamo ogni giorno senza più guardarlo davvero: immagini che circolano, che valgono, che determinano il reale. In questo senso, il testo diventa parte integrante della mostra, estendendone il campo d’azione oltre lo spazio espositivo. Non una semplice lettura critica, ma un attraversamento teorico che amplifica le domande poste dalle opere, lasciando emergere una consapevolezza inquieta: che il valore, oggi, non risiede più nelle cose, ma nelle immagini che le rappresentano.

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BOUNDLESS – HIKARI KESHO

HIKARI

Photo courtesy by: Andrea Tomicich

A Trieste, negli spazi di Tivarnella Art Consulting, si è recentemente conclusa Boundless, la mostra personale del fotografo Hikari Kesho. Un progetto che ha saputo distinguersi per intensità visiva e coerenza concettuale, portando al centro della ricerca artistica una riflessione radicale sul concetto di bellezza. La serie fotografica presentata da Kesho si sviluppa attorno a una precisa indagine: cosa accade quando i canoni estetici tradizionali vengono sospesi? Le protagoniste delle sue immagini sono donne dai canoni classici, lontani dagli standard imposti dall’immaginario contemporaneo. Attraverso l’uso della legatura con corde di canapa, secondo la pratica giapponese dello Shibari (o Kinbaku), l’artista costruisce composizioni che trasformano il corpo in forma plastica, quasi scultorea. In questo contesto, la corda non è semplice strumento, ma elemento linguistico. Le tensioni, le compressioni e i segni lasciati sulla pelle generano un dialogo continuo tra luce e ombra, dando origine a volumi essenziali e a geometrie inattese. Il risultato è una visione che trascende la dimensione puramente estetica per entrare in una sfera più contemplativa e simbolica. Il riferimento alla tradizione giapponese è evidente, ma mai didascalico. Lo Shibari, nelle sue molteplici declinazioni – dalla meditazione condivisa alla pratica performativa – viene reinterpretato da Kesho come strumento di indagine artistica. Le modelle ritratte non appaiono costrette, ma immerse in uno stato di quiete e presenza, evocando quella sospensione poetica tipica degli haiku che accompagnano le opere. Il progetto si distingue anche per la sua capacità di ridefinire il corpo femminile fuori da ogni giudizio morale o sociale. Come osserva Elio Armando, “la carne, anziché aggredire o turbare, ritorna ad essere umana come nelle grandi Veneri-madre del Neolitico”. Un ritorno, quindi, a una dimensione originaria e fertile, dove la bellezza non è misura ma energia.

L’inaugurazione, avvenuta il 17 gennaio, ha ulteriormente amplificato il valore esperienziale della mostra. Durante la serata, la performance della compagna dell’artista, ha offerto al pubblico la possibilità di osservare dal vivo una legatura sospesa, trasformando lo spazio espositivo in un ambiente immersivo e rituale. Un momento intenso, riservato a un pubblico selezionato, che ha sottolineato il carattere intimo e consapevole del progetto. Realizzata in collaborazione con l’Associazione Il Sestante, Boundless si configura come un lavoro che va oltre la fotografia, toccando territori che spaziano tra arte performativa, antropologia del corpo e riflessione estetica contemporanea. Un invito a guardare senza filtri, mettendo in discussione ciò che definiamo “bello” e aprendosi a nuove possibilità di percezione.

Con questa mostra, Hikari Kesho conferma una ricerca artistica capace di offrire un’esperienza visiva che resta impressa non solo per la sua forza estetica, ma per la sua capacità di interrogare lo sguardo.

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ATTRAVERSO IL CORPO – EMMANUELA ZAVATTARO

ZAVATTARO

Nella galleria Tivarnella Art Consulting a Trieste, si è tenuta Attraverso il corpo, la mostra personale di Emmanuela Zavattaro, in programma nel mese di marzo 2026. Il progetto risalta per la sua forte componente esperienziale e per una ricerca che mette al centro il corpo come luogo di percezione, memoria e relazione. La ricerca artistica di Zavattaro si sviluppa attraverso l’impiego della tecnica mista, dove colore e materia non sono semplici elementi formali, ma strumenti espressivi carichi di tensione emotiva. Le opere si offrono allo spettatore come superfici vive, capaci di attivare una relazione immediata e profonda, che coinvolge non solo lo sguardo ma l’intero piano sensoriale. Il progetto si è articolato in due momenti distinti ma complementari, pensati come un unico percorso di avvicinamento all’opera. La pre-inaugurazione del 6 marzo, realizzata in collaborazione con la Fondazione Istituto Regionale Rittmeyer, ha proposto Esperienza di arte al buio: un evento immersivo in totale assenza di luce, concepito per ridefinire il rapporto tra spettatore e opera. In questo contesto, circa sei lavori su carta realizzati con cotone applicato, insieme a due sculture tattili, sono stati pensati per essere esplorati esclusivamente attraverso il tatto. Privando il pubblico della vista, Zavattaro invita a un ribaltamento percettivo: la conoscenza dell’opera passa attraverso la pelle, il gesto, il tempo dell’esplorazione. Un’esperienza che non si è rivolta solo a persone con disabilità visiva, ma ha coinvolto anche il pubblico vedente, chiamato a sospendere le proprie abitudini percettive per accedere a una dimensione più intima e consapevole. Il giorno successivo, con l’inaugurazione ufficiale del 7 marzo, la mostra si è rivelata nella sua forma completa. Le opere pittoriche, realizzate su tela, sono emerse alla luce mantenendo però intatta la tensione tra visibile e percepibile. Anche in questo allestimento, la presenza di elementi tattili sottolinea la continuità del progetto, ribadendo l’importanza di una fruizione che non sia esclusivamente visiva. Durante tutto il periodo espositivo, infatti, il pubblico è stato invitato a interagire direttamente con le opere, superando la tradizionale distanza tra arte e spettatore.

La collaborazione con Tivarnella Art Consulting si inserisce in un percorso già consolidato per l’artista, che ha esposto con la galleria anche a New York, riscuotendo l’interesse di collezionisti e pubblico internazionale. Dal 2024, inoltre, è parte del progetto Bottega 500’, esposizione di arte contemporanea presentata nel novembre 2025 sotto la direzione di Tivarnella Art.

Realizzata con il supporto dell’Associazione Il Sestante, Attraverso il corpo si afferma come un progetto capace di ridefinire i confini dell’esperienza artistica. Non solo una mostra, ma un invito a riconsiderare il modo in cui percepiamo, sentiamo e comprendiamo l’opera d’arte. Con questa esposizione, Emmanuela Zavattaro propone una riflessione intensa e attuale: vedere non è sempre sufficiente, e forse è proprio nel contatto, nella materia e nella presenza fisica che si apre una possibilità più autentica di relazione.

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DASEIN – RAFFAELLA BUSDON

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Alla Tivarnella Art Consulting a Trieste, il 23 novembre 2024 si è inaugurata Dasein, la mostra personale di Raffaella Busdon, in occasione del sesto anno di attività della galleria. Il lavoro si è distinto per la profondità della riflessione filosofica e per una ricerca materica capace di tradurre visivamente la complessità dell’esistenza umana. Il titolo richiama esplicitamente il concetto di Dasein, centrale nel pensiero di Martin Heidegger, indicando l’“esserci” come condizione fondamentale dell’uomo: un’esistenza situata, inevitabilmente immersa nel mondo e nelle sue contraddizioni. È proprio questa tensione che guida l’intero percorso espositivo, costruito come un’indagine sulla condizione umana sospesa tra aspirazione all’armonia e confronto con la realtà concreta.

La mostra si sviluppa attorno a una dualità strutturale: da un lato la dimensione terrena, imperfetta e contingente, dall’altro un ideale platonico di perfezione. Questa opposizione si manifesta non solo nei soggetti rappresentati, ma anche nella scelta dei materiali, che diventano veri e propri dispositivi concettuali. Le opere realizzate su supporti come plastica e ferro acidato restituiscono la dimensione più concreta dell’esistenza. Le superfici ossidate, irregolari e mutevoli evocano un’umanità in continua trasformazione, segnata dagli eventi e dalle relazioni. L’uomo appare come materia grezza, plasmata dal tempo, costretto a confrontarsi con il proprio progetto di vita e con la presenza inevitabile dell’altro. A questa dimensione si contrappone quella ideale, evocata attraverso materiali come rame e policarbonato trasparente, arricchiti da inserti in foglia d’oro. Qui emerge il desiderio di elevazione, di tensione verso una perfezione che resta tuttavia irraggiungibile. Le tracce dorate, che attraversano le superfici come ferite luminose, suggeriscono un processo di trasformazione: è proprio attraverso le difficoltà e le fratture dell’esistenza che l’uomo si avvicina, anche solo parzialmente, a una dimensione più alta. A collegare queste due polarità interviene un elemento centrale: il peso. Il piombo, materiale ricorrente nel percorso espositivo, diventa metafora della gravità dell’esistenza quotidiana, delle regole e delle costrizioni che definiscono il vivere umano. In questo senso, il riferimento al pensiero di Aristotele – e al suo “regolo di piombo”, capace di adattarsi alle irregolarità del reale – suggerisce una possibile via di equilibrio: accettare i limiti come parte integrante dell’esistenza. Le figure che emergono dalle opere di Busdon si collocano proprio in questo spazio intermedio, sospese tra caduta e ascesa.

Dasein si configura così come un percorso intenso e stratificato, capace di tradurre in forma visiva una riflessione universale: quella sulla condizione dell’uomo, intrappolato tra il peso del quotidiano e il desiderio di elevarsi. È in questa tensione, mai risolta ma continuamente generativa, che emerge la bellezza profonda dell’esserci.

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Bottega ‘500

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Nel cuore di New York, la mostra Bottega ‘500 ha offerto uno sguardo ampio e articolato sulla vitalità dell’arte contemporanea italiana, costruendo un dialogo intenso tra eredità storica e ricerca attuale. Più che una semplice esposizione, il progetto si è configurato come un vero ponte culturale, capace di connettere la tradizione rinascimentale con le molteplici direzioni della creatività contemporanea. Il concept prende ispirazione dalla “bottega” del Cinquecento, intesa come luogo di formazione, scambio e collaborazione tra artisti. Questo modello viene reinterpretato in chiave contemporanea, restituendo all’arte il suo ruolo originario di spazio condiviso, in cui sensibilità diverse convivono e si influenzano reciprocamente. In un contesto cosmopolita come quello newyorkese, questa visione ha trovato terreno fertile, dimostrando come la cultura italiana sia ancora oggi capace di dialogare con scenari internazionali complessi e dinamici. Le opere in mostra – tra pittura, scultura, fotografia e installazione – hanno costruito una narrazione stratificata, in cui il passato non è mai citazione nostalgica, ma materia viva da rielaborare. Le radici della tradizione si intrecciano con linguaggi contemporanei, dando vita a un racconto in cui memoria e innovazione procedono insieme.

Tra gli artisti presenti, Magda Chiarelli ha proposto installazioni immersive in cui l’osservatore diventa parte attiva dell’opera. L’uso di materiali come seta e carte di riso trasforma lo spazio espositivo in un ambiente sensibile, dove la percezione stessa diventa atto creativo. Diversa ma complementare la ricerca di Francesco Turco, che attraverso una pittura ad olio rigorosa e colta rielabora suggestioni medievali e iconografie legate alla danza macabra. Le sue opere affrontano temi sacri con un linguaggio carico di tensione e sottile ironia. Gaetano De Faveri porta invece una riflessione che unisce fotografia, psicologia e antropologia. Le sue composizioni digitali, costruite su equilibri di matrice rinascimentale, invitano lo spettatore a interrogarsi sul presente attraverso una lente critica e raffinata. Nelle tele di Darja Stefancic emerge un universo sospeso tra simbolismo e dimensione onirica. Viene evocata una realtà metafisica in cui l’assenza dell’uomo amplifica il senso di mistero e contemplazione. L’indagine sull’identità trova invece una declinazione intensa nei ritratti di Barbara Battistella, dove volti e dettagli diventano veicoli di storie profonde. Il segno essenziale e la materia pittorica conducono verso una riflessione su ciò che permane oltre l’apparenza. La fotografia di Michela Bernasconi si muove invece tra astrazione e corporeità, costruendo immagini in cui paesaggio e anatomia si fondono in un unico respiro visivo, evocando un legame primordiale con la natura. Il tema della memoria attraversa il lavoro di Rosalba Ruzzier, le cui opere incorporano frammenti di libri e documenti, trasformandosi in veri e propri archivi visivi. Le sue tele, rarefatte e stratificate, diventano monumenti alla memoria collettiva. Un gesto pittorico deciso caratterizza invece la ricerca di Daniela Mezzetti, che rielabora la mitologia classica attraverso un linguaggio espressionista, capace di coniugare equilibrio formale e intensità cromatica. Nelle opere fotografiche di Luca Ortolani Klein, il paesaggio viene trasfigurato attraverso il movimento, dando origine a visioni oniriche e sospese. L’immagine perde la sua funzione descrittiva per aprirsi a nuove possibilità interpretative. La pittura di Antonella Binacchi si configura come un percorso introspettivo, in cui il paesaggio diventa metafora di un’indagine interiore. Le sue opere invitano a guardare oltre la superficie del reale, alla ricerca di significati più profondi. A questa pluralità di linguaggi si affianca la ricerca di Francesco Biondo, che attraverso una pittura materica e stratificata costruisce universi visivi composti da frammenti di tempo e memoria, riorganizzati in nuove configurazioni. Completano il percorso le ricerche di Elisa Vendramin, Michela Bernasconi e altri artisti coinvolti nel progetto, ciascuno portatore di una visione autonoma ma inserita in un dialogo comune.

Bottega ‘500 ha dimostrato come la tradizione italiana possa ancora oggi essere una fonte inesauribile di ispirazione, capace di rinnovarsi attraverso il confronto con il presente. New York, in questo senso, non è stata soltanto una sede espositiva, ma un interlocutore attivo, uno spazio in cui le opere hanno potuto espandere il proprio significato. Il risultato è una mostra che non si limita a rappresentare, ma costruisce connessioni: tra epoche, tra linguaggi e tra culture. Un progetto che conferma la forza dell’arte come luogo di incontro e trasformazione.

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CONFLITTO – GAETANO DE FAVERI

FAVERI

Negli spazi di Tivarnella Art Consulting a Trieste, il 15 marzo 2025 si è inaugurata Conflitto. L’inquietudine dell’anima, mostra personale di Gaetano De Faveri. Un progetto che si inserisce con forza nel contesto contemporaneo, affrontando una delle tensioni più urgenti del nostro tempo: il conflitto, inteso tanto come dinamica collettiva quanto come condizione interiore. La ricerca di De Faveri nasce da una formazione fotografica tradizionale, sviluppata tra studio della camera oscura e successiva specializzazione nell’elaborazione grafica digitale. Questo doppio approccio gli consente di costruire un linguaggio visivo ibrido e riconoscibile, in cui l’immagine fotografica viene rielaborata fino a perdere la sua funzione documentaria per assumere un valore simbolico e concettuale. Il progetto espositivo prende forma a partire da una riflessione diretta sull’attualità. In un’epoca segnata da tensioni geopolitiche e scenari di guerra sempre più vicini, l’artista intercetta un senso diffuso di inquietudine, amplificato dalla possibilità – non più remota – di un conflitto nucleare. L’eco del pensiero di Albert Einstein, evocato nel percorso, diventa qui una chiave di lettura: la prospettiva di una distruzione totale come esito estremo delle dinamiche umane. In questo contesto, l’arte si configura come strumento di elaborazione e, in parte, di esorcizzazione. Le opere in mostra si articolano in una serie di dittici, struttura che diventa dispositivo visivo e concettuale per rappresentare la natura stessa del conflitto. In ciascun lavoro, la dimensione figurativa si confronta con quella astratta, dando vita a una tensione costante che attraversa l’intero percorso.

A separare – e al tempo stesso unire – le due parti è un elemento ricorrente: una linea, un segmento fragile, continuamente sottoposto a pressione. Questo confine non è mai stabile. Talvolta resiste, altre si incrina, si rompe o viene oltrepassato. Diventa così metafora di ogni divisione: geografica, politica, psicologica. Attraverso questa struttura, De Faveri mette in scena la natura ambigua del confine. Da un lato, esso delimita e separa; dall’altro, costringe al confronto, aprendo alla possibilità di una relazione. Le opere suggeriscono che i limiti tra forze opposte non sono mai definitivi: sono permeabili, soggetti a continue trasformazioni. La mostra si sviluppa così come una riflessione visiva sulla condizione contemporanea, in cui la ricerca di nuovi assetti rischia di tradursi in una deriva distruttiva. L’idea di un “equilibrio del nulla” – evocata dall’artista – diventa monito e punto di rottura. Conflitto non offre soluzioni, ma invita a interrogarsi. Attraverso immagini dense e stratificate, Gaetano De Faveri costruisce un percorso che mette in discussione il significato stesso di opposizione, suggerendo che è proprio nel riconoscimento della fragilità dei confini che può emergere una possibilità di trasformazione.

CONFLITTO – GAETANO DE FAVERI Leggi l'articolo »

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