Il peso del non detto – Andrea Tomicich

foto andrea

Ci sono immagini che non raccontano ciò che vediamo, ma ciò che abbiamo evitato di dire. La ricerca fotografica di Andrea Tomicich si muove precisamente in questo spazio sospeso, dove il visibile si intreccia con ciò che è rimasto taciuto. Con il progetto Il peso del non detto, presentato presso Tivarnella Art Consulting a Trieste, l’artista costruisce un percorso visivo che indaga il silenzio come forma attiva dell’esperienza umana. La fotografia a infrarossi diventa il dispositivo attraverso cui questa indagine prende forma. Non si tratta soltanto di una scelta tecnica, ma di una vera e propria postura concettuale: rendere visibile ciò che normalmente sfugge allo sguardo. La luce infrarossa altera la percezione del reale, trasfigurando paesaggi, corpi e oggetti in una dimensione altra, sospesa, quasi onirica. In questa trasformazione emerge una realtà parallela, in cui il non detto acquista consistenza, peso, presenza.

Le immagini costruite da Tomicich non sono semplici rappresentazioni di luoghi, ma veri e propri paesaggi interiori. Campi vuoti, boschi silenziosi, stanze disabitate e figure isolate diventano luoghi della mente, spazi in cui l’assenza si manifesta come protagonista. Ciò che manca — una parola non pronunciata, un gesto trattenuto, un incontro mancato — non è un vuoto neutro, ma una presenza attiva, capace di abitare la memoria e di condizionare il presente. Quando la figura umana appare, lo fa sempre in una dimensione trattenuta: un gesto sospeso, uno sguardo non restituito, una postura che suggerisce attesa o rimpianto. Non c’è mai un’esplosione narrativa, ma una tensione silenziosa che attraversa ogni immagine. Le fotografie non impongono una lettura, ma interrogano lo spettatore, chiamandolo a confrontarsi con il proprio vissuto. In questo senso, il lavoro di Tomicich si avvicina a una riflessione più ampia sulla condizione umana. Il non detto diventa una forma di “assenza-presenza”: qualcosa che non si è compiuto, ma che continua a esistere, a pesare, a determinare. Un pensiero che si collega alla filosofia di Martin Heidegger, dove il rapporto con il tempo e con il limite definisce profondamente l’esperienza dell’essere. Le parole non pronunciate diventano così tracce di un tempo perduto, segni di una possibilità che non si è realizzata. All’interno delle immagini, piccoli elementi simbolici — una piuma, un velo, una pietra, un orologio fermo — agiscono come frammenti di un linguaggio silenzioso. Non spiegano, non chiariscono, ma evocano. Sono residui di un racconto che non si è mai compiuto, indizi di una narrazione interiore che resta aperta. Anche qui, il progetto evita ogni dimensione didascalica, scegliendo invece la via della suggestione e della risonanza emotiva. Il peso del non detto non si configura come un progetto consolatorio. Non offre risposte né soluzioni, ma costruisce uno spazio di riconoscimento. Ognuno, di fronte a queste immagini, è chiamato a misurarsi con ciò che ha lasciato in sospeso: parole mai dette, emozioni trattenute, relazioni interrotte. In questo processo, l’opera diventa esperienza, un luogo in cui il silenzio può finalmente emergere alla luce.

La mostra, inaugurata il 30 aprile 2026 negli spazi di Tivarnella Art Consulting e visitabile fino al 16 maggio, si presenta così come una meditazione visiva sull’irreversibilità del tempo e sulla necessità della parola. Un invito non tanto a colmare il silenzio, quanto a riconoscerlo, attraversarlo e trasformarlo. Perché, come suggerisce il lavoro dell’artista, ciò che non abbiamo detto non scompare. Rimane. Si deposita. Diventa parte di noi. E forse è proprio attraverso l’immagine che possiamo iniziare a guardarlo davvero.

Torna in alto