ISHTAR – FILIPPO ALZETTA

FILIPPO

La ricerca di Filippo Alzetta si sviluppa come un territorio di attraversamento, in cui l’immagine non si offre come rappresentazione stabile ma come spazio dinamico di relazione tra segni, memorie e tensioni simboliche. Un linguaggio visivo che trova nella mostra Ishtar, a cura di Enea Chersicola, un momento di particolare densità, articolandosi tra Trieste e Gradisca d’Isonzo nel 2026.

Nato a Trieste nel 1990, Alzetta è un artista autodidatta il cui percorso si fonda su una necessità profondamente esistenziale: costruire, attraverso l’immagine, uno spazio di autonomia e comprensione. La carta diventa il suo campo operativo privilegiato, una superficie su cui si depositano segni eterogenei – carboncino, matita, marker, spray e acrilico – dando origine a composizioni stratificate, dense, in continuo divenire. Fin dalle prime fasi emerge una tensione tra linguaggi e riferimenti: iconografie classiche convivono con elementi della cultura contemporanea, dall’estetica manga all’immaginario pop, generando un sistema visivo ibrido, volutamente non gerarchico. L’immagine si costruisce così come equilibrio instabile tra forze diverse, in cui il segno istintivo e quello controllato coesistono senza risolversi.

Questa logica di stratificazione trova nel progetto Ishtar una delle sue espressioni più compiute. La mostra, presentata da Tivarnella Art Consulting, si configura come un unico percorso espositivo articolato in due sedi e momenti complementari: la pre-inaugurazione su invito a Trieste il 3 aprile 2026, seguita dall’inaugurazione del 4 aprile, e l’apertura dell’8 aprile a Gradisca d’Isonzo. Il progetto sarà visitabile dal 4 al 25 aprile a Trieste e dal 9 aprile al 30 maggio a Gradisca.

Al centro della mostra emerge la figura di Ishtar, antica divinità mesopotamica associata agli opposti della fertilità e della guerra, della creazione e della distruzione. Una presenza ambivalente che diventa fulcro di una riflessione più ampia sulla natura ciclica e trasformativa dell’esistenza. Attorno a questa figura si sviluppa un sistema visivo complesso, in cui immagini e simboli provenienti da culture e tempi differenti convivono senza gerarchie, mantenendo una tensione costante. Le opere si presentano come superfici dense e stratificate, in cui anatomie, frammenti di iconografia classica, simboli religiosi e suggestioni contemporanee si intrecciano con elementi della cultura visiva pop e manga. L’immagine non si costruisce per sintesi, ma per accumulo e interferenza, oscillando tra controllo e perdita, tra ordine e disordine. In questo spazio visivo, le figure non appartengono più a un sistema iconografico definito, ma si muovono in un territorio sospeso, in cui il significato resta aperto. In questa prospettiva, il lavoro di Alzetta si avvicina al pensiero di Carl Gustav Jung, per cui il simbolo non è un segno da decifrare, ma una forma viva che eccede ogni interpretazione univoca, e dialoga con la visione di Giordano Bruno, che immaginava un universo attraversato da corrispondenze e relazioni invisibili. Le sue composizioni si configurano così come mappe instabili, vere e proprie cosmografie del disordine, in cui il senso non è dato ma continuamente cercato. Un parallelo significativo può essere individuato con Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno, dove simboli religiosi e archetipici vengono rielaborati per esprimere una crisi esistenziale e culturale. Allo stesso modo, nelle opere di Alzetta il simbolo perde la sua funzione dogmatica per diventare dispositivo interpretativo, capace di attivare una pluralità di letture.

Il percorso espositivo si sviluppa così come una vera e propria “cosmografia del simbolo”, in cui l’immagine diventa luogo di generazione continua di significati. In questo spazio, lo spettatore assume un ruolo decisivo: è il suo sguardo a mettere in relazione i frammenti, a costruire connessioni, a entrare attivamente nella tensione dell’opera. Ishtar si configura quindi non solo come una mostra, ma come un dispositivo aperto, un invito a sostare nell’ambiguità del simbolo. Uno spazio in cui il senso non viene imposto, ma emerge nel rapporto tra immagine e visione, tra opera e osservatore, restando sempre in divenire.

 

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