AMERICAN PANTHEON – FRANCESCO DE FILIPPO

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All’interno del catalogo della mostra American Pantheon di Houben Tcherkelov, il noto scrittore Francesco De Filippo, ha offerto una chiave di lettura incisiva e profondamente attuale tramite la sua critica, capace di ampliare la riflessione sul rapporto tra immagine, valore e realtà. Il testo si apre con una provocazione: in un mondo dominato dalle immagini, di chi ci fideremmo davvero? Della persona reale o della sua rappresentazione? Attraverso esempi volutamente paradossali, De Filippo ha messo in crisi il concetto stesso di autenticità, suggerendo come, nella società contemporanea, l’immagine abbia ormai acquisito un potere superiore rispetto alla presenza fisica. Questa riflessione trova un punto di svolta nel tema della banconota, elemento centrale anche nella ricerca artistica di Tcherkelov. È proprio l’immagine stampata sulla moneta a conferire valore, a rendere possibile lo scambio. Non il corpo reale, non la persona in carne e ossa, ma la sua riproduzione tecnica. In questo ribaltamento, l’originale perde la sua centralità, mentre la copia – replicabile all’infinito – diventa il vero strumento di potere.

Il pensiero si avvicina inevitabilmente alle teorie di Walter Benjamin, per il quale la riproducibilità tecnica modifica radicalmente il modo in cui percepiamo l’opera d’arte. Tuttavia, nel testo di De Filippo, questo processo non si limita a una perdita dell’aura: assume piuttosto i contorni di una trasformazione più ambigua, in cui l’immagine continua a esercitare una forza simbolica, ma in un contesto completamente mutato. Le figure storiche raffigurate sulle banconote – da Washington a Hamilton – emergono come presenze sospese tra identità e funzione. Una volta isolate dal loro ruolo economico e rilette attraverso l’intervento artistico di Tcherkelov, queste immagini rivelano una fragilità inattesa: volti che sembrano perdere consistenza, sguardi che si svuotano, identità che si dissolvono. È qui che il testo introduce una dimensione quasi perturbante. I protagonisti della storia, trasformati in icone monetarie, appaiono come figure svuotate, private del loro contesto originario e condannate a un’esistenza puramente simbolica. L’immagine, anziché garantire stabilità, diventa il luogo di una crisi. In questo scenario, il denaro si configura come un linguaggio universale, forse l’unico realmente condiviso. Ma è un linguaggio che non comunica contenuti, bensì relazioni di potere, dinamiche di scambio, strutture invisibili. “Tutti noi comunichiamo attraverso lo strumento del denaro”, ricorda l’artista, e il testo di De Filippo ne sottolinea la portata ambivalente.

L’operazione di Houben Tcherkelov si inserisce esattamente in questa frattura: riportare l’immagine monetaria allo stato di opera, sottraendola alla funzione e restituendola allo sguardo. Un gesto che interrompe il flusso automatico del consumo e riapre uno spazio critico. Il contributo di De Filippo accompagna così il percorso espositivo offrendo non solo un’interpretazione, ma un vero e proprio dispositivo di pensiero. Un invito a interrogarsi su ciò che vediamo ogni giorno senza più guardarlo davvero: immagini che circolano, che valgono, che determinano il reale. In questo senso, il testo diventa parte integrante della mostra, estendendone il campo d’azione oltre lo spazio espositivo. Non una semplice lettura critica, ma un attraversamento teorico che amplifica le domande poste dalle opere, lasciando emergere una consapevolezza inquieta: che il valore, oggi, non risiede più nelle cose, ma nelle immagini che le rappresentano.

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